Blasone & Bombetta
di Andrea Benfante
in collaborazione con Bartolomeo Benfante
“Ho sognato di essere Totò che sognava di essere Antonio de Curtis”.
E così sognarono le platee di tutta Italia negli anni d’oro della Rivista e durante quell’arco di tempo nel quale vennero proiettate al cinema le 97 pellicole che si avvalsero delle interpretazioni di Totò oggi riproposte al pubblico televisivo con invariato successo.
Totò: una grande maschera comica moderna che racconta quanto sia buffa la vita nella sua assurdità e quanto l’uomo sia il più divertente dei buffoni nel momento in cui si prende troppo sul serio; un clown che racconta la miseria e l’ingiustizia col rispetto di chi le ha vissute, parlando perciò direttamente al cuore del suo pubblico.
C’è solo un uomo che può avere in antipatia un personaggio come lui: un aristocratico raffinato, un uomo per cui prendersi sul serio è un dovere, legato ai valori del rispetto e dei legami familiari, che ha dovuto lottare contro la povertà per ottenere una posizione sociale e ricorrere alla legge e all’araldica per avere riconosciuti i titoli nobiliari; una persona di questo calibro può ritenersi a pieno diritto sfruttata da chi usa la sua storia e le sue esperienze per offrirle trasfigurate al proprio pubblico soprattutto quando il colpevole è una sorta di spirito che s’impossessa di lui e gli fa da specchio ricordandogli continuamente chi è e da dove viene.
Il nobile in questione è Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, Principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo, si firma Antonio de Curtis ed è innanzitutto un nobile d’animo, dolce poeta ed autore di canzoni appassionate e struggenti, benefattore discreto il quale sa che “la miseria non va offesa”, incapace di dimenticare la sua gente, la quale forse non ha molta familiarità con una corte imperiale, ma la cui spontaneità ed umanità possono donare immensa ricchezza a chi ne è circondato: gli abitanti del rione Stella a Napoli. Ad Antonio, non manca certo la delicatezza per cogliere i molteplici aspetti della vita di cui ha fatto esperienza.
La sua storia comincia proprio al rione “Sanità”, laddove la propria sensibilità gli permette di elaborare il percorso della propria esistenza e di fare i conti con essa in due modi completamente diversi. Da qui nascono due personalità distinte e parallele comprese in un’unica figura umana affascinante e complessa: Totò e il Principe.
Quest’ultimo sconfina nell’arte del buffone in maniera discreta e commovente, mentre la maschera di Totò, per il Principe, è oggetto di sentimenti forti e contrastanti: egli infatti non può rinunciare a quella parte di sé che non solo gli dà da mangiare, ma che gli consente anche di misurarsi continuamente con la propria vita, una funzione questa, che esercitata da Totò nei confronti di Antonio de Curtis, risulta per il Principe quella più odiosa ed esecrabile anche se in realtà, si rivela anche la più utile e, forse, la più salutare.
Il testo, scritto utilizzando vario materiale bibliografico sull’attore, infine, cerca di essere un fedele ritratto teatrale su Totò, utilizzando sia propri scritti, sia testimonianze di famigliari, colleghi, amici e collaboratori che hanno conosciuto l’artista e che ne hanno scritto ricordi e dichiarazioni.