Emily Dickinson – Candido sussurro
di Andrea Benfante
in collaborazione con Bartolomeo Benfante
Noi stiamo morendo in Teatro /e il Teatro non muore mai.
Un inizio tanto drammatico quanto rassicurante per aprire uno spettacolo sull’esistenza dell’eterea poetessa che diede vita a questi versi apparentemente semplici quasi centocinquanta anni fa: Emily Dickinson. Ricca di talento, ma considerata una reclusa per i tempi in cui viveva, in quanto misteriosa, irraggiungibile ed anticonformista, Emily era un personaggio enigmatico per gli occhi altrui, incapaci di comprendere appieno i suoi versi, le sue abitudini, le sue scelte. Per questo motivo ella scelse di rimanere nella solitudine della sua stanza dove però non mancò mai d’attrarre il mondo esterno a sé trasformando, per esso, quella semplice camera da letto in un luogo vivo, molteplice, teatrale in quanto magico, laddove Emily ne era l’interprete principale, scenografa fantasiosa, regista nelle relazioni umane e meravigliosa compagna di fantasticherie.
Ed è proprio dalla statica ma mobilissima teatralità della camera da letto che prende vita la messa in scena dello spettacolo: testi originali, poesie, lettere ai famigliari o alle persone amate, fanno da cornice agli episodi cruciali della vita di Emily costituendo il filo conduttore delle battute tra i vari personaggi esclusivamente in base all’essenza poetica della protagonista. Tutto ciò che ruota attorno all’universo lirico della poetessa americana, diventa così onirico, velato, incantato. La dimensione vaga ed imprecisata del sogno è infatti alla base dell’intera piéce: è come se lei stessa si reincarnasse al fine di portare sul palcoscenico la propria vita, nella quale non è più poetessa, ma diventa essa stessa poesia immortale.